Ultimo giorno a Firenze

Ultima sera nel capoluogo toscano

Sono stati giorni intensi e ricchi di innumerevoli esperienze positive, sia dal punto di vista lavorativo che per gli altri ambiti della mia vita. Dalla cupola di Santa Maria del Fiore, per la quale ho avuto il primo, inaspettato impatto emotivo, tanto da restare immobile con lo sguardo verso l’alto per alcuni secondi, preso dallo stupore per la maestosità; passeggiando lungo Via dei Calzaiuoli, la strada che collega Piazza del Duomo a Piazza della Signoria, immerso in un fiume di persone, famiglie e coppie di innamorati e bambini festanti che correvano da un marciapiede all’altro, avvolto dalle luci dei negozi e dall’odore intenso di storia che pervade tutta la città; fino a sentire la brezza leggera che emana l’Arno, costeggiando il quale ho scoperto un piccolo ristorante, a conduzione familiare, dall’insegna discreta per l’illuminazione ma invitante per il messaggio: Tradizioni da assaporare. Era diventato immediatamente il mio punto di riferimento, oltre che di ristoro.

Buonasera Sig. V., il solito tavolo?

Oliviero, il mètre che in queste sere mi ha letteralmente guidato tra i sapori e gli aromi delle pietanze che ho potuto gustare durante le mie cene. Questa sera ha un aspetto che definirei “nostalgico”, ma probabilmente è solo il riflesso del mio stato d’animo, fin troppo evidente negli occhi di una persona così empatica.

– Si, Oliviero, e una bottiglia di San Gimignano della migliore annata.

– Come desidera. Prego, la accompagno.

Il menu appena sfogliato e poi riposto, un sorso di vino e il tovagliolo raccolto dal grembo: gesti ormai consueti prima di richiamare l’attenzione del mètre per ordinare. Ma questa sera qualcosa è andato storto; appena ho alzato lo sguardo per incrociare quello di Oliviero, la mia attenzione è stata catturata da un tavolo con quattro persone, due coppie, posto proprio di fronte al mio, e su una delle due donne in particolare.

È lei? Ho pensato. Non può essere, è una donna in carriera senza legami affettivi. E inoltre già sarebbe dovuta partire. Ora sarà nella sua villa a Roma, con i suoi due Labrador e un calice di Montepulciano, seduta sul bordo piscina. I miei pensieri ormai dilagavano come un fiume in piena. Man mano i sospetti diventavano sempre più certezze: Carlotta era lì, proprio davanti a me, in un abito rosso Valentino, perfettamente abbinato al rossetto che andava ad arricchire quelle labbra tumide e lussuriose; le gambe accavallate mettevano in evidenza gli anni di allenamenti in palestra, grazie alla loro tonicità; la posizione china, coi gomiti sul tavolo, dava adito al mio sguardo, verso la generosa scollatura arricchita dal merletto del reggiseno. Un tripudio di piaceri per la vista, rovinato da un’unica nota stonata: l’uomo accanto a lei inviava il chiaro segnale che non era di certo un suo parente. 

Il bagliore che emanava si era spento d’un tratto. Ritornato in me, chiamo Oliviero, ordino, ceno.

 

Arrivederci Signor V., e buon ritorno a casa.

Queste le parole della cassiera dopo che ho pagato il conto. Ripongo la carta di credito nell’apposita sezione del mio portafoglio, lo poso in tasca e mi giro un’ultima volta verso la sala, quasi come segno di congedo e di un sicuro “arrivederci a presto”. Esco. Prendo una sigaretta e sto per accenderla quando sento una voce familiare che mi dice:

Mi sembrava di essere stata persuasiva l’ultima volta, quando ti ho detto che il fumo fa male.

– Ciao Carlotta. Come stai? – Le chiedo in maniera convenzionale.

– Bene, Sergio. Tu come stai?

– Vuoi la risposta formale o la “radiografia” del mio reale stato d’animo? Per questa seconda ipotesi ti anticipo che devi avere uno stomaco di ferro e un cuore forte, non è per tutti.

Lei sorride e poi continua:

– Ti aspettavi una mia telefonata o hai davvero creduto alla storia della mia vita? La fanciulla sola che pensa solo alla carriera e non ha tempo per l’amore…?

– Quindi lo ami? 

– Non penso siano problemi tuoi.

– (Sorrido) Va bene, non insisto. (Accendo la sigaretta)

[…]

– Quando va’ via, Signor V.?

– Appena finisco questa sigaretta.

– Uau! Sembra l’ultimo desiderio di un condannato.

– (Risata) No. Sarei dovuto partire domani, ma ho scelto di anticipare la partenza perché voglio che le immagini più belle di questo soggiorno siano tutte concentrate stasera, nella mia mente. Tante volte il giorno dopo una delusione si realizza e tutto diventa così tristemente razionale, e si odia il posto in cui ci si trova. Il ricordo di Firenze va’ amato, così come chi ne ha fatto parte.

– Dunque sono un pensiero nostalgico che ami? 

– La nostalgia ti seduce. Pensiamo che i ricordi siano davvero momenti felici, però non lo sono. Dobbiamo separarci da loro e quello che faremo domani ci obbliga a pensare al presente, non al passato.

– E questa da dove l’hai copiata?

[…]

– La sigaretta è terminata. Addio avv. De Nardis.

– Arrivederci, Sergio. 

Una stretta di mano e poi mi allontano, senza speranza e con più risolutezza rispetto la prima volta che ci siamo salutati.

 

Il mio viaggio a Firenze mi aveva caricato il bagaglio di emozioni che hanno stimolato tutti i miei sensi. 

E ora sono qui, a un giorno dal ritorno, mentre cerco di imbucare quella maledetta numero 15, l’ultima sul biliardo; lo stesso numero del suo tavolo, quasi ad indicarmi che è il momento di lasciare andare il ricordo verso l’oblìo, ripartire dal tavolo verde sgombro, riordinare le palle e ricominciare: verso una nuova avventura!

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